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Leishmaniosi: il nuovo vaccino serve davvero?


di VALERIA ROSSI e MARIA CHIARA PRESSANTO – E’ un po’ di tempo che volevamo affrontare l’argomento del nuovo vaccino contro la Leishmaniosi,  malattia tanto diffusa quanto, purtroppo, grave che ormai si è diffusa in tutto il nostro Paese (un tempo era endemica solo in alcune zone del Sud, in Toscana e sulla riviera ligure).
Purtroppo le informazioni in nostro possesso, finora, sono state talmente vaghe e superficiali che diventava veramente difficile parlare con cognizione di causa. Dopo annunci con grandi squilli di tromba, e dopo la conferenza di presentazione svoltasi a Milano, ci era stato inviato il materiale destinato alla stampa, che potete scaricare cliccando qui: purtroppo questo materiale è così scarno e privo di approfondimenti che avevamo chiesto all’ufficio stampa come si potessero avere maggiori informazioni.
Ci venne risposto che sarebbe stato possibile fare un’intervista ad uno dei ricercatori… dopodiché tutti sparirono nel nulla e non se ne fece mai niente.
Da allora molte voci contrastanti, molti dubbi, poche certezze, qualche allarmismo (su Facebook era comparsa la foto di un Podengo spagnolo con una reazione cutanea veramente impressionante): poi di nuovo molto silenzio.
Ora, fortunatamente, è arrivata una voce informata e decisamente attendibile: quella della dottoressa Laura Hellen Kramer,  docente di parassitologia alla facoltà di Medicina Veterinaria frequentata da Maria Chiara Pressanto. Gran parte di ciò che leggerete sotto, a proposito del vaccino, è tratto da un breefing per la clinica medica tenuto in università dalla dott. Kramer.
Le conclusioni che abbiamo potuto trarre fin qui, anche dopo questo breefing, lasciano ancora molto spazio ai dubbi e alle incertezze. Noi vi diremo tutto quello che sappiamo allo stato attuale, premettendo che non intendiamo influenzare nessuno e che ognuno dovrà fare le proprie scelte consultandosi con il proprio veterinario.

Che cos’è la leishmaniosi

Un articolo molto approfondito sul tema (del dottor Raffaele Petragli, che è anche il creatore del sito www.leishmania.it, il più completo sito italiano sull’argomento) lo trovate cliccando qui.
Qui vi forniamo comunque qualche  informazione di base:Leishmania infantum è un protozoo parassita dei canidi (volpi e cani) e anche dei gatti.

Nel cane la forma matura, che prende il nome di Amastigote,  è costituita da parassiti intracellulari obbligati (non posso vivere al di fuori della cellula). Il loro ospite è il macrofago (cellula della difesa localizzata in tutti i tessuto del corpo, soprattutto derma della cute, milza, fegato, intestino, tutti i visceri, midollo osseo, linfonodi e per un 2% nel sangue): quindi il parassita non è liberamente circolante nel sangue, ma localizzato nei tessuti del cane infetto.
E’ un parassita a ciclo biologico indiretto, necessita cioè di un ospite intermedio che nel nostro caso prende il nome di vettore, per potersi sviluppare fino alla sua forma infettante.  Il vettore in questo caso è il flebotomo ematofago  (che NON è una zanzara: somiglia di più ad un moscerino) detto anche pappatacio, il quale inocula il suo apparato pungitore nel derma,  dove sono localizzati i capillari superficiali. Mentre fa il suo pasto di sangue risucchia anche i macrofagi con dentro gli amastigoti.
Nell’intestino del flebotomo l’Amastigote si trasforma e si allunga, facendosi spuntare la coda diventando promastigote: dopodiché comincia a replicarsi per scissione binaria (si divide in due) e  matura diventando Promastigote metaciclico (prende questo nome in quanto ha sviluppato delle molecole che espone al suo esterno e che lo proteggono dall’immunità innata). Una volta maturato esso migra, grazie alla sua codina, dall’intestino fino alle ghiandole salivari del pappatacio e qui si ferma aspettando di essere inoculato al nuovo pasto di sangue (tutto questo processo  richiede 2-3 settimane).
Quando il flebotomo punge un nuovo cane inocula nel derma superficiale della cute il promastigote metaciclico, il quale – grazie alle sue molecole di membrana – è protetto dai meccanismi innati dell’immunità (che altrimenti  lo eliminerebbero). Le stesse molecole di membrana gli
permettono di essere riconosciuto solamente dal macrofago che lo fagocita (lo mangia) specificamente.
Immaginatevi la scena. C’è il promastigote tutto mascherato, fino a quando arriva un macrofago che gli dice: ‘’Ma tu sei un promastigote di Leishmania infantum?”
E l’altro: ‘’Si, certo!’’
E il macrofago “Allora  mo’ te magno…GNAM!’’
E così il macrofago si infetta.
All’interno del macrofago, il promastigote perde la sua codina e comincia a replicare, causando lisi del macrofago e infettandone sempre di nuovi (sempre grazie a un meccanismo recettoriale specifico),  viaggiando per le vie linfatiche e infettando man a mano tutti gli organi/tessuti fino a portarsi al midollo osseo dove i monociti (precursori dei macrofagi) vengono prodotti.

Oltre alla via di trasmissione classica ci sono altre presunte vie di trasmissione:

1-  tramite zecche che prendono il posto del flebotomo (questa ipotesi non è stata ancora dimostrata al 100%);
2 – tramite trasfusione di sangue;
3 – trasplacentare: la cagna malata di leishmaniosi trasmette il parassita ai  cuccioli, quindi va tolta dalla riproduzione.

Il flebotomo (pappatacio)
Come abbiamo già detto, non è una zanzara e il suo comportamento biologico è completamente diverso. E’ un insetto molto piccolo (2-3 mm), dal volo silenzioso, di color giallo ocra pallido, ed è attivo nelle ore notturne, dalle 20,00 alle 6,00 circa.
Depone le uova nel terreno umidiccio (non nelle pozze di acqua), nei muri delle case vecchie abbandonate, dove c’è materiale organico in decomposizione (foglie, lombrichi, altri insetti) e una volta adulto si allontana dal luogo in cui è nato di soli 6-10 km.
Lo svilupparsi  di focolai dipende quindi dall’habitat favorevole al flebotomo e alla presenza in loco di cani infetti, del cui sangue il flebotomo possa nutrirsi. Necessitano inoltre di  temperture elevate e non sono domestici né peridomestici (entrano difficilmente in casa).

 Per questo il maggior fattore di rischio per un cane è dormire fuori casa.

Il cane infettato

Può reagire (sviluppo di immunità) in due modi differenti, e l’istaurarsi di una delle due situazioni  determinerà o meno, l’insorgenza della malattia.
1-  cani resistenti –  in seguito all’infezione non si ammalano  (non avranno mai sintomi clinici…anche se il “mai” è  relativo, infatti anche questi cani in seguito a  situazioni immunodepressive dettate dai più svariati fattori possono ammalarsi);
Non si ammalano perché nel loro caso si istaura un processo immunitario che è in grado di riconoscere e eliminare il parassita.
Come funziona questo processo?
Quando il flebotomo arriva e inocula i promastigoti nel derma, lì sono localizzati sia i macrofagi che le cellule dendritiche. Queste due tipologie cellulari sono una sorta di ‘’maggiordomi’’ che fanno la guardia all’ingresso della cute.  Nel caso entri qualcosa che loro non riconoscono come propria dell’organismo lo prendono, lo disassemblano e lo mostrano sulla loro superficie insieme a una loro molecola specifica:  in questo modo lo presentano al sistema immunitario vero e proprio.
Per farla comica : ‘’My Lord  sistema immunitario, questa è Leishmania!”
Questa “presentazione” è associata alla produzione di una sostanza chimica specifica  (prodotta sempre da macrofagi e cellule dendritiche) che è diversa a seconda del caso di resistenza o recettività.
I cani resistenti producono  INTERLEUCHINA 12 (IL-12), che insieme alle molecole antigeniche presentate dai ‘’maggiordomi’’ agisce su un Linfocita T vergine (non specializzato) dicendogli di diventare un Linfocita T Helper 1, specifico per leishmania.
A sua volta il T Helper 1 produce un’altra sostanza chimica: l’INTERFERONE GAMMA, che è un po’ la… Red Bull della risposta cellulo-madiata (niente anticorpi!), mediata in questo caso dai macrofagi che si iperattivano e –  tramite la produzione massiva di radicali liberi dell’ossigeno e fagocitosi – eliminano i promastigoti. Inoltre i T helper 1 rimangono come memoria utile a un eventuale e successivo incontro.

2- cani recettivi –  al posto dell’interleuchina 12 essi producono INTERLUCHINA 4 (IL-4) la quale dirige una risposta immunitaria anticorpale.
Il linfocita T Helper vergine viene attivato a T Helper 2 specifico per leishamniosi, il quale non produce più la Red-Bull che permette di ai macrofagi di iperattivarsi, ma il fattore stimolante Linfociti B.
In questo caso i linfociti secernono anticorpi, che però non sono efficaci verso gli amastigoti all’interno dei macrofagi.
Anzi, continuando a persistere, questi stimolano continuamente la risposta e portano infine all’ iperproduzione di anticorpi sia specifici che aspecifici.
Questi finiscono per depositarsi, per eccesso, a livello dei capillari renali compromettendo la funzionalità del rene stesso.
In più si ha una situazione infiammatoria cronica, perché il patogeno non riesce a essere eliminato e quindi persiste.
L’instaurarsi di questo tipo di risposta immunitaria porta inevitabilmente allo sviluppo di sintomi clinici i quali sono, in ordine decrescente di prevalenza:

Linfoadenomegalia (ingrandimento patologico dei linfonodi)
Splenomegalia (ingrandimento patologico della milza)
Dermatite desquamativa (soprattutto su muso, zampe e arti)
Ulcere nella zona peri-oculare (“cane con occhiali”),
Onicogrifosi (crescita abnorme delle unghie)
Anemia
Uveite (infiammazione della tunica media dell’occhio)
Epistassi (sangue dal naso)
Poliartrite e sinovite Insufficienza renale

PROFILASSI

I metodi fino ad oggi usati per prevenire la leishamaniosi sono stati i seguenti:

1 – Far dormire il cane in casa
2 – Uso di zanzariere e di repellenti
3 – Evitare di portare il cane in zone endemiche (purtroppo ormai quasi inutile, data la diffusione quasi globale della malattia)
4 – Uso di antiparassitari specifici (in particolare Scalibor e Advantix, gli unici due testati sul campo per i flebotomi)

A questo punto è arrivato il (presunto) VACCINO… che ha aperto grandi speranze nel cuore dei cinofili. Ma… purtroppo ci sono molti “ma”.
Prima di cosiderare tutti pro e i contro, bisogna però fare un piccolo excursus sui…

Metodi diagnostici

Nel caso della Leishmania la diagnosi può essere fatta tramite:

1 – agoaspirato linfonodolale, o a livello di midollo o a livello cutaneo viene analizzato istologicamente.
2 – agoaspirato, da cui si ricava materiale cellulare che viene utilizzato per cercare materiale molecolare del parassita (dna) tramite la tecnica della PCR. Il risultato mi dice che c’è il DNA e questo può significare due  cose: a) il parassita è entrato ed è stato distrutto e ne è rimasto qualche frammento genico non ancora degradato; b)il parassita è entrato, è vivo e sta replicando.
3 –  tecnica IFAT (immunofluorescenza con anticorpi):  permette di dire se c’è e quanta ce n’è  (analisi sia qualitativa che quantitativa): è una diagnosi sierologica per la quale serve il siero (ricavato dal prelievo di sangue) del cane.
La diagnosi in questo caso è valida anche per cani asintomatici. Il meccanismo è il seguente:
prendo un vetrino su cui ho messo dei promastigoti morti e ci metto sopra il siero del mio cane, all’interno del quale, se ci sono anticorpi (dovuti al fatto che il mio cane è infetto e risponde con risposta anticorpale, quindi sarà recettivo), questi andranno a legarsi ai promastigoti presenti. A questo punto aggiungo anticorpi  flurescenti  (presi in laboratorio) che si vanno a legare specificatamente agli anticorpi che il cane ha prodotto per leishmania ( i quali sono a loro volta legati ai promastigoti).
Valutando il tutto sotto il microscopio a fluorescenza, il  risultato dell’analisi mi fornirà un titolo anticorpale il cui range dice che:
–   se è inferiore a 1:40 il mio cane è negativo (non è infetto)
– se è compreso fra 1:40 e 1:160 il cane è dubbio ed è bene ripetere le analisi dopo 6 mesi
– se è maggiore di 1:160 il mio cane è sicuramente positivo ( se l’animale risulta positivo fino a valori di 1:1280 significa che l’infezione è massiva e imponente)

IL VACCINO

Eccoci finalmente arrivati al dunque (ma vedrete ben presto che, senza questa lunga premessa, alcune parti sarebbero risultate meno comprensibili).
Arrivato sul mercato il 10 aprile di quest’anno e presentato appunto come “vaccino”, in realtà… non lo è, tecnicamente parlando.
Il suo obiettivo non  è infatti finalizzato alla produzione di anticorpi (anche perché, come abbiamo visto, questa nel caso della leishmania non funziona), ma è quello di stimolare l’innesco di una risposta cellulo-mediata.

Da che cosa è costituito?
Il vaccino CANILeish è costituito da un liofilizzato di proteine escrete e secrete che sono state purificate + coadiuvante QS21 + PSA (antigene di superfice del promastigote).
Analizziamo meglio ogni componente:
1- proteine: sono state ottenute prendendo dei promastigoti e mettendoli in un brodo di coltura: essendo esseri viventi, essi hanno utilizzato le sostanze nutritive contenute nel brodo per sopravvivere e replicarsi, rilasciando di conseguenza metaboliti (ovvero: hanno fatto la cacca) e secrete altre sostanze (ovvero: hanno sputacchiato).
Queste sostanze, una volta tolti i promastigoti, sono state prese, purificate e liofilizzate, diventando parte del nostro antigene vaccinale.
E qui sorge il primo dubbio, perché le proteine all’interno del mio cane non si comportano come il promastigote (il quale dice al macrofago: ‘’ehi tu, guarda sono qui, mangiami!”);  quindi il meccanismo di presentazione (il macrofago che fa il maggiordomo per il sistema immunitario attivandolo) è poco chiaro.
2- PSA: questo non rende  più funzionale il test IFAT, perché  il cane risulterebbe sempre positivo.
Però (stranamente!) la Virbac, azienda farmaceutica produttrice del vaccino, ha brevettato anche un kit test (SPEED LEISHK) che riesce a distinguere se un cane è positivo per la sierologia, in quanto vaccinato, oppure se è positivo per infezione in corso;
3 – coadiuvante QS21: il coadiuvante all’interno dei vaccini è essenziale in quanto svolge di un ruolo di trasportatore della nostra proteina antigenica, aumentandone il potere immunogeno (la capacità di sviluppare un immunità adeguata). Praticamente tiene la proteina nel sito di inoculo per un lungo periodo rilasciandola piano piano e causando una voluta infiammazione con richiamo nel sito delle cellule immunitarie. Per quanto riguarda questo adiuvante, chiamato anche saponina  (derivato vegetale dell’albero Quinoa Saponina),  fa in modo che i maggiordomi (cellule dendritiche) insieme alla presentazione producano l’IL-12 (mediatore dell’infiammazione) indirizzando una risposta cellulo-mediata specifica con attivazione macrofagica e instaurazione di una memoria immunologica.
Peccato che gli effetti collaterali locali e sistemici (vedi sotto) siano dovuti proprio all’adiuvante, che non ha mai superato i test di tolleranza per essere usato in campo umano, mentre in campo veterinario l’unico vaccino che lo usa  è quello per la leucemia felina (dove bisogna stare attenti all’insorgenza di fibrosarcomi).

Protocollo vaccinale

Non possono essere vaccinati i cuccioli inferiori ai 6 mesi di età,  per l’insorgenza di reazioni avverse;
Il cane deve essere sano: la Virbac non ha specificato cosa intenda per sano, pertanto si dovrebbe intendere un cane che non assume nessun farmaco e non presenta nessuna patologia. Non ci sono stati studi sulle interazioni tra vaccino e altri farmaci (antinfiammatori, antibiotici, antiparassitari ecc..)
– Il cane per procedere al protocollo deve essere sieronegativo per la leish, quindi bisogna fare il test sierologico;
– La prima inoculazione deve essere fatta ad almeno due settimane di distanza da altri vaccini, perché non sono state studiate le possibili interazioni con altri vaccini;
– la copertura vaccinale è attiva dopo 10 settimane dalla prima iniezione;
– la Virbac consiglia nei suoi volantini commerciali e ai rappresentanti di continuare a usare l’antiparassitario abituale: questa indicazione non è presente nel manuale di presentazione ufficiale del prodotto;
– Non possono essere vaccinate le femmine gravide o in allattamento, perché non sono stati fatti studi in merito.

STUDIO DEL VACCINO

La conclusione dell’azienda farmaceutica è la seguente: ‘’La probabilità che un cane si ammali (ovvero che  manifesti sintomi, non che NON SI INFETTI) in un cane vaccinato è  4 volte inferiore rispetto a uno non trattato“.

Contestualizziamo la frase all’interno dei 2 esperimenti condotti:

1 – nel primo esperimento che è stato condotto in laboratorio sono stati utilizzati 20 cani beagle, di cui 10 sono stati vaccinati e 10 no. Dopodichè gli sono stati sparati in vena dei promastigoti vitali e verificati i risultati con la PCR.
E’ risultato che il 70-80% dei non vaccinati avevano alta carica parassitaria ed erano positivi a Pcr.
Il 30-50% dei vaccinati avevano bassa carica parassitaria ed erano positivi a Pcr.
Su questo esperimento non dicono altro.

2 – è seguita la vera e propria prova in campo  (non è stato tenuto conto dell’eventuale influenza di fattori ambientali – l’esperimento non è avvenuto in condizioni sperimentali). Stavolta hanno preso 80 beagle, li hanno divisi in due gruppi e mandati in due canili in zone iperendemiche: 40 cani a barcellona ( 20 vaccinati (casi) + 20 no (controlli)) e a Napoli (20 vaccinati + 20 no)  senza uso di repellente (il che cozza abbastanza col fatto che dicono di metterlo). I cani vaccinati sono stati sottoposti ai richiami. Dopo due anni è emerso che:

– si è avuta INFEZIONE ATTIVA nel 33% (cioè 13 soggetti) dei cani non vaccinati e nel 12% (5 soggetti) dei cani vaccinati. Tra questi c’è stata comparsa di sintomi – e quindi malattia – nei seguenti casi: dei 13 cani non vaccinati il 23% ha sviluppato sintomi e dei 5 cani vaccinati solo il 7,5% si è ammalato.
In pratica si sta lavorando su delle percentuali di ricerca a dir poco risibili…e come se non bastasse, il cane vaccinato può infettarsi ugualmente. 

– si è avuta INFEZIONE NON ATTIVA (il cane risulta avere il dna del parassita in Pcr – quindi il parassita è entrato e c’è una risposta che mi sta distruggendo – il parassita non cresce in coltura) nel 67% cani non vaccinati e nell’ 88% dei cani vaccinati.

Quindi il vaccino NON protegge in modo statisticamente significativo: c’è poca differenza tra casi e controlli.

Oltre a questo ci sono da considerare le reazioni avverse qui elencate in ordine decrescente, con le percentuali di comparsa:

REAZIONI SISTEMICHE
– Ipertermia: dal 3% alla prima puntura fino al 10% nella terza con durata da qualche ora a qualche giorno à quindi aumenta
– Apatia: dal 12% prima puntura fino al 14% con durata fino a una settimana
– Inappetenza: dall’8%  fino al 11%
– Diarrea e Vomito: dal 13% al 3%

REAZIONI LOCALI (nel punto di inoculo)
– gonfiore inferiore a 5 cm di diametro: dal 16% al 22% e regredisce in due giorni
– gonfiore superiore a 5 cm di diametro: dall’ 1% al 3%
– dolore al punto di inoculo: dal 17% al 25%  (perdura fino a 2 settimane)

ALTRE REAZIONI SEGNALATE DA VETERINARI: convulsioni, tremori, bava alla bocca, occhi indietro.

NOTA IMPORTANTE: La Virbac ha presentato il farmaco alla Agenzia delle registrazioni come vaccino mainer target (bersaglio minore), cioè per l’utilizzo solo in alcune zone, per l’appunto quelle mediterranee, e ovviamente i controlli richiesti sono minori, tanto che la stessa agenzia ha appuntato che:
1 – I risultati condotti non dimostrano una reale efficienza del farmaco
2 – Nonostante vaccinazione una percentuale è comunque infetta e di questi molti presentano segni clinici
3 – I benefici pesati sull’efficacia e le reazioni avverse non sono per nulla significativi nelle aree non endemiche

Riportiamo  infine il pensiero di due esperti:

Prof.L.Madeira De Carvalho (Facoltà di Medicina Veterinaria di Lisbona/Portogallo): ‘’Non potendo garantire ne efficacia, ne sicurezza, lo sconsiglio’’

Dott. Saverio Paltrenieri (membro del work in progress sulla leishmania gruppo SCIVAC –  sono gli esperti che dettano le linee guida da seguire per terapia e prevenzione): “Il gruppo di studio SCIVAC ritiene necessaria la pubblicazione su riviste internazionali scientifiche peer-rewied (cioè sostenute da 3 esperti internazionali) di studi prima di poter valutare il vaccino’’.

CONCLUDENDO:

Una cosa è assolutamente certa: saranno i nostri  cani vaccinati a testare in campo questo vaccino.
Il gioco può valere la candela in caso di permanenza per lungo periodo in una zona iperendemica, se il cane dorme fuori e quindi è molto esposto al contatto con il flebotomo.
Ricordiamo comunque che il cane vaccinato si può ammalare ugualmente: in quel caso il richiamo annuale del vaccino non dà nessun tipo di miglioramento.

 

Fonte: Ti presento il cane

 

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AVVISO PUBBLICO: BANDO DI STERILIZZAZIONE CAGNE DI PROPRIETA’


COMUNE DI ALLISTE (FELLINE) – RACALE – MELISSANO – TAVIANO – MATINO 

Provincia di LECCE

AVVISO PUBBLICO PER LA FORMAZIONE DI UNA GRADUATORIA PER L’ACCESSO AI CONTRIBUTI PER LA STERILIZZAZIONE DEI CANI PADRONALI

che la Giunta Regionale, con provvedimento del 16 maggio 2011, ha deliberato di concedere contributi ai Comuni per procedere ad una forma di incentivazione ai privati della sterilizzazione dei cani padronali, anagrafati, iscritti presso l’anagrafe canina informatizzata regionale e riconducibili al proprio territorio comunale;

che il comune di Alliste, che già dal 2009 attua un programma organico di prevenzione del randagismo, si è fatto promotore presso i comuni dell’Unione Jonica Salentina, composta dai comuni di Alliste, Matino, Melissano, Racale e Taviano per la presentazione di una richiesta comune;

che conil Dirigente del Settore Ecologia della Regione Puglia ha accolto l’Istanza di finanziamento relativa ai comuni dell’Unione Jonica Salentina, composta dai comuni di Alliste, Matino, Melissano, Racale e Taviano, per un importo complessivo di € 4.900,00 ;

DESTINATARI DELL’AVVISO

La partecipazione al presente avviso è aperta a tutti i soggetti residenti nel Comune di __________, proprietari di cani regolarmente iscritti all’anagrafe canina.

 

MODALITA’ E TERMINI DI PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA

La domanda dovrà essere presentata in un plico chiuso, riportante la scritta “FORMAZIONE DI UNA GRADUATORIA PER L’ACCESSO AI CONTRIBUTI PER LA STERILIZZAZIONE DEI CANI PADRONALI” improrogabilmente entro 20 giorni dalla data di pubblicazione del presente avviso, pena l’esclusione, all’ufficio protocollo del Comune di _______________________.

Detto plico dovrà contenere al suo interno la domanda compilata secondo il modello allegato e contenente le seguenti informazioni:

– cognome e nome,

– luogo e data di nascita;

– codice fiscale;

– il luogo di residenza (comune, indirizzo e codice di avviamento postale);

– descrizione del cane (sesso, età, colore)

– numero di microchip e data inserimento.

CRITERI DI SELEZIONE

Costituiranno criteri di selezione preferenziali:

  • la residenza all’esterno del centro abitato

  • essere disoccupata/o

  • il reddito

MODALITA’ DI FORMAZIONE DELL’ELENCO

Si procederà alla formazione di graduatoria, in base all’ordine di arrivo ed ai criteri sopra riportati.

La metà dei contributi disponibili saranno assegnati in relazione alla graduatoria formata secondo i seguenti criteri:

– residente all’esterno del centro abitato punti 2

– residente all’interno del centro abitato punti 0

– essere disoccupato/a punti 5

– reddito da certificato ISEE < € 7500,00 punti 5

– reddito da certificato ISEE compreso tra € 7501,00 e € 10.000,00 punti 3

– reddito da certificato ISEE compreso tra € 10.0001,00 e € 20.000,00 punti 2

– reddito da certificato ISEE compreso tra € 20.0001,00 e € 30.000,00 punti 1

– reddito da certificato ISEE > € 30.000,00 punti 0

Il restante 50% dei contributi verrà assegnato in base alle date di inoltro della richiesta.

 

CONTRIBUTO CONCESSO

I cittadini in graduatoria riceveranno un contributo per ogni sterilizzazione pari a € 50,00.

Ogni nucleo familiare, salvo eccedenza, potrà accedere ad un unico contributo.

L’elenco di cui al presente avviso avrà validità fino al 31.12.2012.

Il/la responsabile del settore

Cos’è un prodotto cruelty-free?


È un prodotto che aderisce allo Standard (standard Europeo) internazionale ‘Non Testato su Animali’ ECEAE (European Coalition to End Animal Experiments).

Una delle prime cose che si impara quando ci si avvicina al problema della vivisezione per combatterla, è che possiamo comprare cosmetici (sia make-up che prodotti per l’igiene personale) e detergenti senza crudeltà o “cruelty-free”, cioè che non incrementano la vivisezione.

Questo aspetto purtroppo è più complesso di quanto si creda e non è facile capire quali sono le marche di prodotti che si possono comprare quando si decide di non incrementare la vivisezione.

Purtroppo negli ultimi tempi si è aggiunto un ulteriore elemento che contribuisce non poco a rendere più fumosa la situazione: la diffusione del circuito pubblicitario VeganOK, una “autocertificazione a pagamento” che aggiunge confusione a una materia già complessa e allontana le persone dalle scelte realmente cruelty-free. Esaminiamo la situazione per fare chiarezza.

Test cosmetici su animali: il problema degli ingredienti

Su questa complessità giocano coloro che vogliono spacciare certi prodotti come “cruelty-free”, siano esse le aziende produttrici o chi le pubblicizza a pagamento. Vediamo allora come fare per capire cosa bisogna comprare e cosa bisogna evitare, per non incrementare la vivisezione.

Ad oggi, nessun cosmetico come “prodotto finito” (shampoo, crema, schiuma da barba, ecc.) viene testato su animali (mentre fino a pochi anni fa anche quello poteva essere testato), mentre sono sempre obbligatoriamente testati su animali gli ingredienti che compongono quel prodotto. Questo è un obbligo di legge, non si può evitare.

E non si tratta certo di test innocui per gli animali: a parte che solo il tenere gli animali in gabbia e ucciderli a “fine uso” è un maltrattamento estremo, oltre a questo i test che gli animali devono subire sono davvero invasivi e dolorosi.

Sono più di vent’anni che la battaglia per rendere completamente illegali i test su animali per i cosmetici continua, e FORSE nel 2013 verranno vietati tutti, anche quelli sugli ingredienti, a livello europeo, ma la parola “forse” è d’obbligo, infatti sono attive diverse petizioni da parte di varie associazioni antivivisezioniste europee allo scopo di scongiurare il pericolo di slittamento di questa data. Se consideriamo che la prima pubblicazione della direttiva che avrebbe dovuto vietare tutti i test su animali per cosmetici risale al 1993, e da allora ci sono stati slittamenti continui, è facile capire come non si possa certo cantar vittoria.

Lo Standard Internazionale

Allora, quando possiamo definire un prodotto cosmetico “cruelty-free”, se le cose stanno in questo modo? Ebbene, esiste uno Standard Internazionale, chiamato appunto “standard cruelty-free”, sostenuto da associazioni antivivisezioniste di tutto il mondo, sia europee che statunitensi che di altre parti del mondo, il quale definisce che una data azienda è conforme allo Standard stesso quando ovviamente il prodotto finito non è testato su animali (e questo, in Europa è vero sempre, mentre in altre parti del mondo può non essere così), e i singoli ingredienti utilizzati nel prodotto non sono stati testati dopo un certo anno, chiamato cut-off date fissa (fixed cut-off date).

Questo cosa significa? Significa che il produttore di cosmetici si impegna a non comprare nuovi ingredienti, che verrebbero sottoposti per legge a test su animali, e quindi incrementerebbero la vivisezione. Un produttore che, per esempio, aderisce allo Standard nel 2010, dice: “Io sto usando certi ingredienti, che per forza di cose sono già stati testati nel passato; chiedo ai vari fabbricanti di questi singoli ingredienti quando sono stati testati su animali e vedo che la data più recente è (per esempio) il 1995. Mi impegno allora, da ora in avanti, a non utilizzare ingredienti nei miei prodotti che siano stati testati DOPO il 1995. In questo modo, sicuramente non incremento la vivisezione”.

Infatti, se si continuano a usare ingredienti qualsiasi, senza prendere alcun impegno, per ogni ingrediente nuovo che si introduce nella formulazione dei prodotti, questo avrà causato nuovi test su animali. Se invece si afferma: “Mi impegno a non usare più nessun ingrediente nuovo, che sia stato testato su animali DOPO la data dichiarata come cut-off date”, questo equivale a non incrementare la vivisezione, ed è il criterio che tutte le associazioni antivivisezioniste di tutto il mondo usano.

Il metodo della cut-off date fissa è l’unico metodo affidabile per assicurarsi di non incrementare la vivisezione a fini cosmetici, è quello che tutte le associazioni antivivisezioniste di tutto il mondo usano. Le aziende che aderiscono a questo Standard e si sottopongono a certificazione da parte di un ente di controllo possono utilizzare su tutti i loro prodotti il simbolo del coniglietto che salta con le due stelline che vedete qui sopra.

Attenzione, però: molte aziende che aderiscono a questo Standard non mettono questo bollino sulla confezione, quindi il fatto che non ci sia non significa che quei prodotti non vanno bene. Vanno bene tutti i prodotti delle aziende che aderiscono allo Standard.

Come fare dunque a sapere quali sono? L’unico modo è affidarsi a una lista che elenchi tutte e solo le marche che soddisfano i requisiti di questo Standard. Si può fare riferimento per questo alla lista di VIVO – Comitato per un consumo consapevole, che alla pagina:
Le ditte “cruelty-free”: quali sono e dove trovare i loro prodotti
http://www.consumoconsapevole.org/cosmetici_cruelty_free/lista_cruelty-free.html
elenca: le aziende che aderiscono alla certificazione ICEA-LAV attraverso l’organismo di controllo ICEA; più quelle che aderiscono allo stesso Standard ma con autocertificazione gratuita direttamente presso il Comitato VIVO, gestita dalla dott.ssa Antonella de Paola, autrice del libro “Guida ai prodotti non testati su animali”. L’autocertificazione gratuita serve per dare la possibilità anche alle aziende che non vogliono pagare per la certificazione ICEA, ma che soddisfano comunque i requisiti dello Standard, di essere elencate tra quelle cruelty-free.

Vi sono inoltre aziende straniere i cui prodotti si trovano anche in Italia: queste possono certificarsi attraverso organismi della propria nazione, e sono elencate nel database globale gestito dalla BUAV, l’associazione antivivisezionista inglese (il link a questo database si trova sempre nelle pagina di VIVO sopra citata).

La cortina fumogena

Vista la situazione complessa, è molto facile per chi vuole spacciarsi per cruelty-free senza esserlo fare delle affermazioni che sono “vere” tecnicamente, ma che di fatto confondono le idee alle persone. Un modo molto comune è affermare, da parte di un’azienda “i nostri prodotti non sono testati su animali”. Tecnicamente è vero, il prodotto finito non è di certo testato, ma questo è vero sempre, la differenza tra cruelty-free o meno la fanno i test sugli ingredienti, quindi se uno compra tranquillo quel “prodotto non testato” in realtà sta comprando un prodotto qualsiasi, i cui ingredienti non soddisfano alcuni standard.

Un altro modo di creare una cortina fumogena, più “sofisticato” è dire che il produttore del cosmetico “non commissiona” test su animali, né sul prodotto finito, né sugli ingredienti. Qui viene da sentirsi più rassicurati, si pensa “ah, bene, qui prendono in considerazione anche gli ingredienti!”. Invece anche questa frase non assicura nulla, perché non è certo il produttore del cosmetico che commissiona al fabbricante di ingredienti i test su animali, nessun produttore lo fa! Questi test sono fatti dal fabbricante della singola sostanza chimica per norma di legge.

Quindi, di nuovo, un’affermazione tecnicamente vera (nessuno può accusare di menzogna o di truffa), e che però non serve a nulla, perché afferma un’ovvietà, qualcosa che è vero per tutte le aziende.

Queste affermazioni si trovano abbastanza spesso sui siti delle aziende, oppure nelle loro mail di risposta quando si chiede loro se i loro prodotti sono cruelty-free o meno. Ma da un po’ di tempo a questa parte, un altro attore è sorto all’orizzonte, che sostiene le stesse cose, e confonde le idee alle persone: si tratta di VeganOK, un circuito pubblicitario che offre una “AUTOcertificazione a pagamento” alle aziende i cui siti e prodotti verranno pubblicizzati sul sito VeganOK – che fa parte del network di Promiseland, VeganBlog, , ecc. VeganOK è una iniziativa commerciale, è importante notare che le iniziative del network di Promiseland sono commerciali, a scopo di lucro, gestite da un’azienda, NON sono attività non profit gestite da associazioni e volontari. Non che questo sia un problema, non c’è nulla di male in una iniziativa commerciale, di per sè, ma teniamolo presente, non si tratta di iniziative animaliste e vegan di volontariato.

Riguardo ai test su animali, VeganOK NON assicura in alcun modo l’adesione allo Standard cruelty free, ma afferma solo che il produttore di cosmetici “non ha commissionato” test su animali per prodotto finito e ingredienti, vale a dire che afferma l’ovvio.

Il problema è che chiamandosi il marchio “VeganOK” si è portati a pensare che il prodotto sia vegan, quindi “senza crudeltà” anche per quanto riguarda i test su animali. Invece no, ed è importante saperlo per scegliere quali marche di cosmetici comprare, se si vuole evitare di incrementare la vivisezione.

Gli ingredienti animali

Un altro aspetto per giudicare se un prodotto è “senza crudeltà sugli animali” è la presenza o meno di ingredienti di origine animale al suo interno (ad es. sego, latte e derivati, uova, prodotti delle api, collagene, placenta, seta, ecc.), perché, se vi sono ingredienti animali, significa che degli animali sono stati uccisi per produrli, qualsiasi essi siano. Il discorso fatto finora era relativo al cruelty-free dal punto di vista della sperimentazione animale, perché lo Standard Internazionale citato riguarda solo quello.

In aggiunta dunque all’essere cruelty-free dell’intera marca, quindi di tutti i prodotti di una data azienda, va considerato il problema della presenza o meno nei singoli prodotti di ingredienti di origine animale. Nell’elenco delle marche sul sito VIVO, siano essere certificate ICEA o provviste di autocertificazione gratuita, viene riportato (quando l’informazione è stata fornita dal produttore) se una data azienda non usa alcun ingrediente animale (ed è ovviamente questo il caso da preferire) o se ne vengono usati in alcuni prodotti, e quali. Se un’azienda è “in regola” dal punto di vista della vivisezione, ma TUTTI i suoi prodotti hanno ingredienti animali, non viene riportata nella lista. Se invece solo alcuni prodotti contengono ingredienti animali, si cerca di evidenziare quali sono e comunque si avverte l’utente che deve fare attenzione agli ingredienti del singolo prodotto.

Cosa fa in questo campo VeganOK? In teoria, il “bollino” VeganOK può essere apposto solo ai singoli prodotti che sono vegan, cioè senza ingredienti animali. Nella pratica, però, sappiamo che:

1. Il produttore spesso non mette il bollino sulla confezione, come non mette il coniglietto con le stelline che simboleggia il cruelty-free sulla sperimentazione animale. Quindi bisogna comunque esaminare tutti gli ingredienti.
2. Se si va a vedere sul sito del produttore, il bollino VeganOK di solito campeggia in home page o addirittura sull’header, e si vede quindi in tutte la pagine. Questo porta a pensare che tutti i prodotti siano vegan, cosa che non è vera.
3. Ci sono casi in cui la quasi totalità dei prodotti non è vegan, e solo qualcuno lo è (es. 25 prodotti non vegan, 1 vegan). Un malcapitato che visita il sito, vede in home page il bollino VeganOK e poi naviga il sito per comprare qualche prodotto, non può capire che nessuno di questi è vegan, a meno di non incappare nell’unico vegan, in cui c’è scritto “Certificato VeganOK” e rendersi conto che invece negli altri non c’era scritto…

Morale, bisogna comunque leggere gli ingredienti e il bollino VeganOK aiuta ben poco anche nello specifico campo degli ingredienti di origine animale, anzi, crea confusione anche in questo campo. Molto più utile sarebbe che il produttore scrivesse semplicemente “Non contiene ingredienti animali”, cosa che può sempre fare, senza bisogno di autocertificazioni-a-pagamento (perché se non fosse vero commetterebbe una frode, e chi glielo fa fare?).

Conclusione

Purtroppo la materia del cruelty-free è complessa, e servirebbe far maggiore chiarezza, anziché rendere la situazione ancora più confusa: in aggiunta alle dichiarazioni fumose e fuorvianti (ma legalmente e “tecnicamente” corrette) delle aziende, ora abbiamo una iniziativa, quella del circuito pubblicitario VeganOK, che crea ancora più confusione, perché, pur essendo le sue dichiarazioni, come quelle delle aziende “legalmente e tecnicamente corrette” di fatto portano le persone a scegliere marche che non sono cruelty free. Questo equivale a portare persone che vorrebbero acquistare prodotti cruelty free ad acquistare invece prodotti qualunque, la qual cosa di fatto nuoce alla lotta contro la vivisezione, e quindi agli animali.

Fonte: AgireOra

Ora anche i cani possono fare visita all’ospedale


È una storia veramente antica quella del rapporto affettivo che lega il cane al suo padrone e, per converso, il padrone al suo cane. Antica e immutabile nella sua essenza, a far capo da coloro che per primi strinsero un rapporto affettivo con un animale capace di sentimenti, come appunto può essere un cane. E penso ai nostri antenati del paleolitico che per primi scoprirono quel vincolo fatto d’affettività che li legava, contraccambiati, ai primi giovani lupi da essi addomesticati. Ed essenziale è percepire che niente avrebbe funzionato, nel processo d’addomesticamento, se tra quelle persone umane e quelle altre non umane (nel caso canine) non fosse scattato un qualcosa di simile all’amore. Né caccia, né pastorizia, né guardia. Niente insomma: nessun mestiere. Perché il cane il suo lavoro lo fa solo perché ama il suo padrone. Il suo è un rapporto fatto così e non può essere diversamente, e di ciò tanto hanno scritto letterati, storici, psicologi, naturalistici.

 

Se il rapporto tra cane e padrone è ancora quello, immutabile, di quando si instaurò la prima alleanza, il significato e soprattutto il valore di quello strano sentimento d’amore che lega un umano e un non umano è molto cambiato nel tempo. La legge, per esempio, solo recentemente ha iniziato a codificare al fine di riconoscere e garantire questa forma d’amore.

Ed ecco allora il lato nuovo, a suo modo rivoluzionario, di prendere cognizione, al fine di tutelarlo, di questo forte rapporto affettivo. La storia, in breve, è questa: una signora con gravi patologie viene ricoverata in una clinica e chiede di poter incontrare ogni tanto il suo cane. Secondo il regolamento, però, il cane non può entrare nella clinica e così la richiesta finisce sul tavolo del giudice tutelare di Varese, Giuseppe Buffone. La sentenza, di pochi giorni fa, è assai articolata, e in essa si sancisce che il «sentimento per gli animali costituisce un valore e un interesse a copertura costituzionale…».

In tale sentenza si fa inoltre riferimento al fatto che, «in base all’evoluzione della coscienza sociale e dei costumi, il Parlamento abbia ritenuto che un tale sentimento costituisse oramai un interesse da trarsi dal tessuto connettivo della Charta Chartarum…». Parole certo difficili, anche se il senso generale non può sfuggire ad alcuno, e lo stesso vale anche per questi altri passaggi assai significativi: «Lo Stato e le Regioni possono promuovere di intesa (…) l’integrazione dei programmi didattici delle scuole e degli istituti di ogni ordine e grado, ai fini di una effettiva educazione degli alunni in materia di etologia degli animali e del loro rispetto…».

E, in questo caso facendo riferimento alla Convenzione europea di Strasburgo: «La legge ha riconosciuto che l’uomo ha l’obbligo morale di rispettare tutte le creature viventi, e in considerazione dei particolari vincoli esistenti tra l’uomo e gli animali da compagnia, ha affermato l’importanza di tali animali a causa del contributo che essi forniscono alla qualità della vita e dunque il loro valore per la società».

Ed è così che il caso della signora di Varese che, come certifica la sentenza, pur essendo afflitta da varie e dolorose patologie «conserva lucidità mentale e appare capace di intendere e di volere», può produrre importanti ricadute generali per gli animali e per quelli che li amano.

La sentenza: «Il sentimento per gli animali costituisce un valore e un interesse garantiti dalla Costituzione»

Fonte: Corriere della sera

Perchè usare la pettorina ad H o alla romana


I motivi per cui si usa la pettorina sono essenzialmente di due tipi: uno di carattere sanitario, l’altro di carattere comportamentale. La pettorina infatti, rispetto al collare,salvaguarda la delicata zona del collo,in cui sono presenti organi importantissimi, come la tiroide, la trachea, l’esofago, la laringe.

La pettorina permette anche di evitare pericolosi colpi di frusta nel caso in cui il cane strattoni.

Dal punto di vista comportamentale l’uso del- la pettorina ha il grandissimo vantaggio di permettere al cane, anche se al guinzaglio di mostrare tutti i segnali calmanti in maniera corretta, di comunicare correttamente con i cospecifici (della stessa specie) e anche con gli etero specifici (di altre specie come ad esempio l’uomo).Il collo, infatti, è una zona importantissima nella comunicazione tra cani.

Una zampa messa sul collo ad un cane che non si conosce ad esempio, può essere un modo per affermare il proprio rango. Quando un cane vuole calmarne un altro spesso distoglie lo sguardo o gira di lato la testa: come potrebbe farlo se venisse trattenuto con il collare?

La pettorina inoltre, rispetto al collare, ci stimola ad imparare a comunicare correttamente con il nostro cane, attraverso il linguaggio del corpo, che per i nostri amici è il primo canale di comunicazione con noi.

C’è chi pensa che la pettorina insegni al cane a “tirare”.

Noi possiamo solo dire che non è lo strumento che insegna al cane a tirare: ho visto cani tirare con il collare a strozzo e cani camminare perfettamente al fianco del padrone indossando la pettorina.

Ciò che insegna al cane a “tirare” o no è il nostro rapporto con lui, è il nostro comportamento. Se ad esempio seguiamo un cane che tira al guinzaglio, non facciamo altro che rinforzare questo comportamento, perché il cane impara che tirando noi lo seguiamo. Se liberiamo il cane dal guinzaglio quando sta tirando, ben presto imparerà che per correre libero è necessario tirare… Se noi siamo sempre tesi, strattoniamo continuamente il cane, lui tirerà perché cercherà di starci il più lontano possibile: voi stareste vicino a una persona che continuamente vi strattona per la manica o che vi urla dietro? Molto spesso il tirare è dato semplicemente da un disagio del cane: il collare lo infastidisce, e spesso succede che tolto il collare e messa la pettorina, il cane, più a suo agio, smetta di tirare.
Infine: importante è la scelta della pettorina. Non vanno bene infatti quelle scapolari, che passano sotto le ascelle e possono dare problemi di postura o di irritazione del linfonodi ascellari, ma è necessario usare quelle così dette “alla romana” regolabili e che hanno un solo punto di aggancio sulla schiena, il quale ci fornisce un altro vantaggio: sposta il baricentro del cane e ci facilita nel compito di “trascinarlo via” in situazioni di emergenza.

Fonte: ArcaVeterinaria